12 Luglio 2021 sergio

Intervista ad Alessandro Zonin

Come ti chiami e che lavoro fai?

Mi chiamo Alessandro Zonin e faccio il direttore della fotografia.
La mia storia professionale inizia tecnicamente nel 1986, anche se posso dire che la cinematografia è entrata nella mia vita molto presto. Mio padre è stato un appassionato cineamatore e mi ha trasmesso questa passione fin dalla più tenera età. Lui poi ha abbandonato questo hobby (non ho mai capito perché), mentre io l’ho fatto diventare la mia professione.

Dopo studi classici, qualche anno di frequentazione del DAMS a Bologna, di Ipotesi Cinema di Bassano del Grappa, ho iniziato a lavorare in una piccola tv locale della mia città, Verona. Poi però, dopo solo 8 mesi da dipendente, ho intrapreso l’attività di freelance e non mi sono più fermato.

Perché hai deciso di fare questo mestiere

Ho deciso di fare questo mestiere perché è anche il mio hobby, la mia passione e credo che non ci sia cosa più bella di riuscire a trasformare in lavoro ciò che ami di più.

Ho sempre avuto forte in me la voglia di raccontare per immagini, di girare, di utilizzare la macchina da presa per produrre scene che potessero dare delle emozioni. Dopo oltre 35 anni di attività sono ancora qui, alla ricerca di queste immagini.

Come hai conosciuto Sergio Cremasco e Officina Immagini?

Ho conosciuto Sergio molti anni orsono, quando lavorava a Milano come colorist, dal momento che all’epoca si utilizzava la pellicola e questa veniva trasformata in video attraverso il telecinema, una macchina meravigliosa e costosissima che i maghi come lui utilizzavano con grande maestria. Credo che sia ancora oggi parte fondamentale del loro talento l’aver conosciuto il mondo analogico e la pellicola e avere imparato a “giocarci”.
Con Sergio ci siamo ritrovati qualche anno fa, quando mi ha coinvolto nella realizzazione di alcuni filmati prodotti da Officina Immagini per i quali mi ha chiesto di curare la fotografia.

Cosa lega i professionisti che gravitano e fanno parte di Officina Immagini?

Credo che Sergio sia riuscito a mettere insieme un gruppo di professionisti accumunati dalla passione per ciò che fanno, sempre desiderosi di imparare, di migliorarsi, di stare al passo coi tempi sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista artistico.

Quanto è importante per te la formazione e la condivisione delle informazioni?

La formazione per me è basilare, non si può prescindere da essa. Oggi sul mercato si sono poste numerosissime realtà di produzione audiovisiva, ben poche di queste però poggiano su solide basi di formazione, sulla imprescindibile gavetta fatta sul set o in una stanza di post-produzione.

Diceva Truffaut che tutto quello che c’è da sapere per diventare regista si impara in quattro ore: beh, forse dimenticava di aggiungere che servono anche anni e anni sul set.

Per questo la condivisione del know how diventa estremamente importante, le informazioni tecnologiche sono numerosissime e lo scambio tra professionisti diventa così occasione di crescita.

Come ti approcci ad un nuovo progetto?

Un aspetto che amo del mio mestiere è che ogni progetto è diverso dal precedente, richiede un approccio dedicato, uno studio approfondito e la volontà di mettersi in gioco, provando a non percorrere strade già utilizzate, ma cercando sempre qualcosa di nuovo. Ecco che nuove tecnologie, nuovi approcci stilistici in fase di ripresa e di post-produzione, diventano il faro che illumina la strada, tutto comunque e sempre in funzione della storia che vai a raccontare.

Cos’è cambiato nel tuo lavoro nel corso degli anni?

Da quando ho iniziato il mio lavoro tantissime cose sono cambiate: sono nato in un’epoca in un mondo analogico, fatto di pellicola, di fotografia foto chimica, di strumenti poderosi e ponderosi. Da quando all’orizzonte è apparsa l’era digitale tantissime cose sono cambiate, è diventato sicuramente più semplice e più economico realizzare opere audiovisive.

Talvolta ho nostalgia del rigore e della precisione che regnavano sovrani quando si girava in pellicola, era tutto talmente costoso che non potevi sbagliare: questo però faceva scatenare l’adrenalina, la concentrazione era sempre al massimo e quando poi vedevi l’immagine sul grande schermo l’emozione era enorme.

D’altro canto il digitale oggi ci permette di realizzare prodotti di altissima qualità molto agilmente, e questa non può che essere considerata una grande conquista.

A quale progetto sei più affezionato?

Sono tanti i progetti che ricordo con piacere e un pizzico di nostalgia. Tuttavia quello cui sono più affezionato è sempre… il prossimo.

Quale aspetto del tuo lavoro ti appassiona di più?

Sinceramente, ogni aspetto del mio lavoro mi appassiona tantissimo: se dovessi dire, il momento, del set è quello che mi prende di più, l’emozione di avere un team di persone che lavorano in armonia per raccontare una storia e il privilegio di guidare la squadra di ripresa sono sensazioni impagabili.

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