Pietre sommerse Archivi - Officina Immagini Produzione Video Padova Wed, 24 Jul 2024 15:21:34 +0000 en-US hourly 1 https://officinaimmagini.com/wp-content/uploads/2020/07/cropped-Pfficina-immagini-favicon-3-32x32.png Pietre sommerse Archivi - Officina Immagini 32 32 La color correction di “Pietre Sommerse” https://officinaimmagini.com/sergio-cremasco-colorist-pietre-sommerse/ Fri, 11 Aug 2023 08:22:17 +0000 https://officinaimmagini.com/?p=11948 Sergio Cremasco in questa intervista ci parla del lavoro di color correction sul corto "Pietre Sommerse" di Jordi Penner

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La color correction di “Pietre Sommerse”

Sergio Cremasco racconta L’atmosfera del dramma.

1. Come hai conosciuto Jordi Penner? Com’è nata la vostra collaborazione riguardo la produzione di Pietre Sommerse?

Ho conosciuto Jordi Penner attraverso Nicola Cattani, il direttore della fotografia, che è un mio amico di sempre, con il quale ho condiviso molti progetti. Con Nicola ci siamo conosciuti sul lavoro anni fa, a Cinecittà Digital e da lì non ci siamo più mollati. Ci piacciamo sul lavoro, siamo due anime molto affini a livello artistico e spesso ci troviamo a pensare esattamente la stessa cosa per quanto riguarda composizioni, luce, tagli, sia quando io sono alla regia e lui è il mio dop, sia quando ci confrontiamo in post-produzione. Ancor di più siamo legati da un’amicizia vera, lo considero uno di quegli amici che si contano sulle dita di una mano.

Nicola mi aveva parlato di Jordi Penner come un regista giovane e talentuoso. L’idea era quella di coinvolgere Officina già per la produzione del suo primo corto, “Amore Cane”, ma non ci siamo trovati sui tempi. Jordi continuava spesso a spuntare nelle conversazioni, quindi ci siamo impegnati per condividere questo progetto di “Pietre Sommerse”. Anche in questo caso gli incastri di tempi non sono stati facili, ma non abbiamo perso la possibilità di lavorare assieme e Officina è entrata come coproduttore, mettendo la postproduzione.

2. Qual è, secondo te, un elemento assolutamente necessario perché un gruppo di lavoro funzioni bene come il vostro? Quanto è stata importante questa intesa?

Secondo me è fondamentale farsi guidare da una comunione di intenti. Trovare una sintonia a livello creativo, dove la parola di uno dev’essere completata da quella dell’altro. Bisogna arrivare a comunicare tutti attraverso la stessa lingua, che non è dettata dal regista, ma dalla storia e bisogna entrare in questo codice linguistico tutti assieme, in contemporanea. Tutte le scelte artistiche, poi, vengono dal racconto del film, si giustificano su quello. Lo stesso regista ha come riferimento la storia e deve staccarsi da sé stesso. Sembra una contraddizione, ma lo è solo in apparenza, perché per il bene della storia anche le decisioni del regista devono essere prese seguendo la lingua, i vocaboli della narrazione e non il suo personale pensiero sulla narrazione stessa.

Il tema qui era forte e molto interessante, dovevano uscire con chiarezza tutta una serie di cose che stavano dietro. Abbiamo messo Jordi di fronte a delle scelte, perché bisognava arrivare dritti su determinati punti, non si poteva raccontare tutto. Per arrivare al succo occorre stare lontani da sgambetti, togliere il superfluo e abbandonare certi desideri iniziali.
Tra l’altro questa era la prima volta in cui Jordi veniva affiancato da una montatrice di professione, Alessandra Cernic, e non si occupava lui stesso del montaggio con alcuni collaboratori. Ha sperimentato un nuovo modo di lavorare e ci siamo trovati bene nel confrontarci per tirare fuori il meglio dal materiale.

3. Quando hai per le mani un nuovo lavoro, come ti confronti con il regista? Quali sono gli elementi irrinunciabili da cui partire? Da cos’è nata l’atmosfera colore giusta per questo racconto?

Per prima cosa ascolto i pensieri del regista ed è un compito arduo farlo con la massima apertura, senza essere condizionati. Da queste prime chiacchierate arrivano tonnellate di contenuti: bilici di informazioni che vengono scaricate e che poi vanno ritrovate nel corto. Infatti, una cosa è parlare una cosa è ritrovare i discorsi nel lavoro fatto. Bisogna capire cosa è stato mantenuto, rispettato, dell’idea iniziale, cosa c’è di quell’idea nei risultati del lavoro. Le cose cambiano per tutti in fase di lavorazione, quando si materializza la storia non può rimanere la stessa, non può esserci tutto perché è impossibile esprimersi allo stesso modo nel dire e poi nel fare. Quindi occorre capire cosa si ritrova concretamente e da una parte, prendere il buono, quello che è rimasto integro, dall’altra prendere coscienza che certi aspetti risulteranno edulcorati, trasformati, altri addirittura andranno persi.
Il mio lavoro è stato agevolato perché ho seguito tutta la fase di montaggio. Sapevo già la genesi di determinate scelte perché avevo ascoltato i discorsi fra Jordi e Alessandra, conoscevo le possibilità che erano state escluse, quindi avevo già filtrato le informazioni, mi ero fatto un’idea di come raccontare.

Quando sono arrivato a colorare avevo già un’idea chiara del look, l’ho trovato in pochissimo tempo perché ce l’avevo già in testa, era solo da fare. Infatti, quando ho detto ai ragazzi che per me l’atmosfera era così, sono stati subito d’accordo. La parte difficile non è stata rendere tutto quello che era stato detto nell’immagine, ma mantenere una continuità lungo le scene del corto. Le scelte fotografiche che erano state fatte sul set mi davano pochi elementi su cui lavorare. Ci sono solo due personaggi sulle sponde di un lago, con uno sfondo di luce naturale, che in un ambiente del genere cambia in continuazione.
Costruire la realtà, con quella pulizia, semplicità, trasparenza, non è per niente facile. Dunque, il look lo avevo assorbito dentro di me, dopo tutte le chiacchiere e i confronti, il difficile è stato mantenerlo. Mentre coloravo ho dovuto fare molte correzioni successive per ottenere la continuità senza rinnegare l’atmosfera. Quando la luce era giusta sui personaggi cambiava sui fondi, sulle montagne, o nella flessione sull’acqua, tanto che ogni volta che mi chiedevano di vedere il materiale dicevo sempre che c’erano tante cose da migliorare, di cui non ero contento, che andavano riviste per restare dentro il codice linguistico condiviso che avevamo deciso e accettato assieme.
Sono contento del lavoro di Officina, perché credo che la postproduzione abbia valorizzato il materiale. Ce l’abbiamo messa tutta per vestire a pennello la storia, tirando fuori il massimo da quello che avevamo.

4. Pietre Sommerse è un dramma reale, molto forte. Come ci si approccia ad una narrazione tanto drammatica in fase di  color correction?

Non è una scelta facile, ma l’equilibrio vince sempre. Caricare una storia già drammatica è rischioso perché può renderla stucchevole e privarla della sua forza. Il colore è importantissimo da questo punto di vista. Colori da soap opera o da commedia sminuiscono il dramma, portano da un’altra parte, verso il fumetto, la caricatura, rischiano di far perdere tutta l’efficacia. Trovare il look giusto in color è un po’ come scegliere l’abito adatto per un’occasione particolare. L’abito deve stare perfettamente addosso a te ed essere giusto per la circostanza dell’evento. Valorizzarti e non farti sfigurare davanti agli altri ospiti. Per fare questo serve una conoscenza profonda della storia e un’empatia che ti porti a scovare le componenti che occorrono per cucire il vestito perfetto. Quello che non si mangia il racconto, ma allo stesso tempo non lo sminuisce, né lo fa diventare un’altra cosa. Il materiale può essere buonissimo, una materia prima eccezionale come la seta, ma se poi la sarta non sa fare il vestito in postproduzione, anche la migliore stoffa viene rovinata.

5. Il colore, in questo corto, segue il percorso emotivo del dialogo fra i due fratelli protagonisti. Come hai lavorato per tirare fuori le diverse sfumature delle loro emozioni?

In realtà in questo caso non si tratta di un percorso dinamico, che procede da un punto all’altro facendo dei salti. Il dialogo fra i due fratelli non porta ad un vero e proprio colpo di scena, ma ad una situazione conclusiva che rimane aperta. In generale il codice linguistico del cortometraggio prevede una storia unica, lineare, pulita, che ti arriva dritta addosso. Nel caso di “Pietre Sommerse” un grande punto di forza è seguire tempi praticamente reali. Lo si guarda come se stesse accadendo, con le stesse tempistiche. Per mantenere questo effetto abbiamo cercato la continuità anche in color correction, evitando gli strappi.

La scelta di una luce piatta, diffusa, tutta naturale mi ha creato delle difficoltà, perché caratterizzare la neutralità non è semplice. In questo senso avere Nicola che lavorava sulla fotografia è stato un aiuto, un incastro ottimo in una situazione di lavoro difficile. Conoscere così bene chi c’è sul set ti fa arrivare ad una color rispettosa delle scelte fatte in precedenza. Leggere cosa trovi nelle immagini diventa più immediato, perché conosci chi le ha costruite e come lo ha fatto. Sai che dietro a quel colore ci sono già mille discussioni fra regista e dop sulla migliore strategia da adottare per la storia. E chi sei tu per scoordinare tutto?
La color correction si posiziona nel punto della post-produzione dove l’imbuto si stringe, quindi bisogna mettere le mani su tutti i problemi che si sono presentati in precedenza. Il principio di base è che con il colore come con l’energia, nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Al montaggio ci sono cose che vengono aggiunte per lavorare più fluidi, o inquadrature che vengono tolte perché gli attori non appaiono al meglio. In color invece trasformi colori che già hai. Se hai il rosso lavori con quello, perché c’è una motivazione precisa dietro a quel rosso e quella scelta va rispettata. Se ti serve il rosso puoi prendere un altro colore e trasformarlo, ma non inventi niente. Io ho una palette di partenza, una tavolozza con dei colori che sono quelli, se il rosso proprio non c’è, devo farne a meno.

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Il montaggio di “Pietre Sommerse” https://officinaimmagini.com/alessandra-cernic-montaggio-pietre-sommerse/ Thu, 10 Aug 2023 15:07:43 +0000 https://officinaimmagini.com/?p=11935 Alessandra Cernic in questa intervista ci parla delle scelte in fase di montaggio. Obiettivo: farlo al servizio della narrazione

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Il montaggio di Pietre Sommerse

Alessandra Cernic è la montatrice di “Pietre Sommerse” e in questa intervista ci racconta scelte narrative, difficoltà e punti di forza di questo progetto

1. In generale su cosa ti basi, al montaggio, per trovare la strada più adatta a raccontare una storia? Che approccio hai utilizzato per tirare fuori il racconto di Pietre Sommerse?

Jordi mi aveva raccontato la storia di “Pietre Sommerse” ancora prima di vedere il materiale. Quando poi mi sono guardata il girato ho fatto un premontato grezzo delle immagini mettendoci qualcosa di mio, ma soprattutto seguendo la sceneggiatura pari passo. È una cosa che faccio spesso per avere un punto da cui partire, qualcosa su cui discutere.
Da qui abbiamo iniziato a lavorare insieme, confrontandoci per cercare di capire dove voleva arrivare Jordi. La storia è drammatica e tocca aspetti molto personali delle vite di persone a lui vicine. Quando c’è così tanto dietro, bisogna per forza parlarne assieme.

Sono partita dal chiedergli due cose fondamentali: Cosa vuoi che arrivi? Cosa vuoi che succeda alle persone in sala? Due domande che sono state il motore di tutto il lavoro successivo.
A prescindere dai ragionamenti fatti in precedenza, da tutti i pensieri che potevano passarci per la testa, bisognava avere chiaro il risultato a cui puntare per far uscire la storia, e mirare a quello.
Anche quando ci è capitato di dover cambiare alcune cose, nel rispetto delle scelte portate avanti con gli altri collaboratori, abbiamo sempre trovato la quadra proprio perché ci siamo fatti guidare da un punto chiaro: tirare fuori il racconto al meglio.

2. Quali problemi possono sorgere quando ti trovi davanti a una narrazione lineare? Hai trovato difficoltà particolari nel montaggio di Pietre Sommerse? Come le hai risolte?

Chi conosce i retroscena della post-produzione ha tutta un’altra visione rispetto a ciò che viene percepito dallo spettatore. Questo c’entra molto con il montaggio, perché quando ci si approccia al materiale bisogna pensare a chi lo vedrà alla fine senza tutto quello che c’è stato nel mezzo, senza la carica di emozioni o difficoltà di lavorazione. Raccontare una storia lineare al montaggio vuol dire scegliere sempre, soprattutto nei dialoghi, il quadro migliore per esprimere la narrazione e tenere lo spettatore dentro la storia. Chiedere più attenzione a chi guarda con un close-up, sottolineare determinati aspetti di ciò che accade scegliendo le inquadrature, fare tutto il possibile per accordare la recitazione con un discorso visivo, di grammatica dell’immagine.
In questo caso, soprattutto il dialogo centrale, era stato girato con dei punti macchina particolari. Mi sono trovata in difficoltà perché non avevo grande libertà di movimento nel seguire quello che dicevano gli attori. Dato il lavoro fatto con Jordi per fare arrivare dei percepiti emotivi sotterranei, che non erano esplicitati, ma che lui aveva bene in mente, nulla di tutto ciò poteva perdersi passando da una persona all’altra nel dialogo. Per fare arrivare il passato dei fratelli, la loro storia mai raccontata, i loro ricordi, e fare capire cos’è che li muove davvero in ciò che dicono, era importante far concentrare lo spettatore su ogni battuta. C’era tutto un lascito, una stratificazione emotiva che doveva venire fuori in qualche modo.

Fare uscire tutti questi elementi è difficile se non si ha libertà di movimento totale fra i quadri. Nelle inquadrature un po’ più larghe, infatti, c’erano dei disturbi visivi che distoglievano dalle parole degli attori, per questo ho deciso di montare tutto il dialogo in primo piano, così da non perdere nulla della recitazione. Utilizzando i primi piani diventa naturale ascoltare le parole del dialogo, non c’è nulla che possa distrarre dalla narrazione. Secondo me, così facendo, c’è tutto, anche perché gli attori sono stati molto bravi, hanno fatto un’ottima performance ed erano molto dentro il personaggio.

3. Qual è il momento che ti piace di più del tuo lavoro? E quello che ti è piaciuto di più di questo lavoro in particolare? Quali sono secondo te i punti di forza di Pietre Sommerse?

Quando ho letto la domanda mi è sembrata molto complessa. Mi piace un po’ tutto. Parlare con un autore che dietro ha la sua idea, perché innesca nella mia testa un processo di riflessione su quella suggestione, che serve a trovare il modo migliore per arrivarci con le immagini. Durante questo processo accade che ogni volta che vedo qualcosa lo associo al lavoro che sto facendo. Mi piace prendere il ritmo, ma anche incartarmi su qualcosa, per poi trovare la svolta, perché mi dà quell’adrenalina di quando risolvi un problema.

Poi sicuramente amo vedere il lavoro finito, con il colore e il suono, sapere che rispecchia l’idea a monte, che dà voce alla storia nella maniera giusta, rispettandone il valore. Per esempio, vedere “Pietre Sommerse” concluso, completo delle musiche originali, è stata una gran soddisfazione. È proprio il sentire di aver compreso un’idea e di averci lavorato, cercando le strategie giuste per tirarne fuori il meglio.
Per quanto riguarda il punto di forza di questo corto secondo me è proprio l’apporto personale di Jordi. Il fatto che si veda che storie come queste ne conosceva. Coinvolge perché non si è trovato per caso a parlarne, nei dialoghi, nella recitazione, si sente dappertutto la persona dietro e quanto ci teneva a parlare di questo.

4. Quale valore aggiunto si ha lavorando con un gruppo affiatato, con persone che hanno rapporti consolidati? Ci sono stati dei punti di accordo che vi hanno guidato nella realizzazione del corto?

Vado sintetica su questa risposta perché per me il valore aggiunto è la fiducia. Più conosci una persona più hai un livello di fiducia dato appunto dalla conoscenza. Sai come si approccia, come lavora, cosa fa e questo toglie una parte del tuo lavoro, perché sai già anticipare l’altro, sai già come completerà quello che hai fatto.
Fare questo tipo di mestiere è bello perché vedi un gruppo di persone che si fa un sacco di viaggi mentali per cercare la migliore soluzione. Anche in questo caso ci ha guidato il ragionare assieme, il confronto, la condivisione di punti di vista. È un lavoro che va in profondità, tutti i reparti sviscerano i loro dubbi per tirare fuori il migliore dei risultati. Non è solo un incastro meccanico, non si parla tutti assieme per fare funzionare un ingranaggio esecutivo, ma per comunicare qualcosa. Il mosaico di teste, la chiacchiera continua, serve a questo.

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La fotografia di Pietre Sommerse e il racconto di tre mondi diversi. https://officinaimmagini.com/fotografia-di-pietre-sommerse/ Thu, 10 Aug 2023 14:47:44 +0000 https://officinaimmagini.com/?p=11920 Il dop Nicola Cattani ci racconta in questa intervista le scelte fotografiche per "Pietre Sommerse" di Jordi Penner.

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La fotografia di Pietre Sommerse e il racconto di tre mondi diversi.

Intervista al direttore della fotografia di Pietre Sommerse, Nicola Cattani.

1. Che rapporto hai con Jordi Penner, il regista di Pietre Sommerse? Quando ti ha parlato del progetto, cosa ti è piaciuto dell’idea di questo cortometraggio?

Un rapporto bellissimo. Abitiamo vicini e lavoriamo nella stessa scuola, quindi facciamo spesso passeggiate creative in cui parliamo di tutto. In realtà all’inizio non lo calcolavo molto, perché Jordi ha questo modo di raccontarsi tantissimo e quando ci incontravamo mi inondava di parole. Mi ha conquistato quando ho capito che è tutto frutto del suo entusiasmo, ma non si limita a un atteggiamento fine a sé stesso. Jordi pianifica, progetta, concretizzando passo dopo passo quello che ha in mente. Ho deciso di diventare il suo occhio perché amo questo modo di lavorare. Per decidere che atmosfera dovesse avere il mondo di “Pietre Sommerse” abbiamo discusso assieme lo script a livello narrativo, per poi condividere il momento dello scouting e valutare mille riflessioni sulle scelte di luce e sul loro significato.

La storia nasce da un’idea approfondita e ha una bella concretezza, mi piace che racconti una fratellanza corrotta. Un legame che c’è, ma è stato perso, deviato, soffocato dal dolore. Sia io che Jordi abbiamo un fratello e per certi aspetti mi sono rivisto molto in questa storia. Trovo che l’esigenza di raccontare un amore disatteso si percepisca ancora prima del racconto, per questo motivo ci sono molti agganci per empatizzare con i personaggi. Anche partendo da un vissuto diverso, in scena prendono forma i non detti tipici dei legami familiari, il senso di colpa del fratello maggiore con la sua forza mascherata, il desiderio di proteggere il fratello minore. Sono sentimenti universali, chi non ha avuto un fratello, magari, può averli provati per un amico.

Credo che questa sceneggiatura sia meno audace rispetto a quella di “Amore Cane”, il primo corto di Jordi, su cui abbiamo lavorato assieme. Ma i film che amo non sono quelli che dicono qualcosa di nuovo, sono quelli che parlano di un tema a modo proprio. Per me conta se e come dici le cose.
In “Pietre Sommerse” c’è una maturità che ci ha fatto sentire come se stessimo entrambi parlando di noi. Ci ho lavorato con una lena diversa, non solo perché la produzione è stata meno estemporanea, ma soprattutto per questa forza archetipica del racconto, che ti fa sentire come se si stesse parlando anche della tua esperienza.

2. Il racconto di Pietre Sommerse è forte, drammatico e molto intimo. Come avete tradotto questi elementi in immagine? Che effetto volevate ottenere?

La scelta principale a livello fotografico è stata quella della naturalezza. Volevamo raccontare tre mondi distinti fotograficamente. C’è un passato rappresentato dalle scene dei flashback dove splende il sole, dove la luminosità contrasta con gli eventi drammatici. C’è il mondo subacqueo del ricordo, che non corrisponde alla realtà dei fatti, ma rappresenta la pace che i personaggi trovavano giocando sott’acqua. I raggi di sole che penetrano il lago, la saturazione dei colori, infatti, fanno sentire che è lì che c’è la materia, che sotto il pelo dell’acqua c’è più vita rispetto a fuori. Poi c’è la realtà piovosa del presente, che sembra svolgersi in un non luogo e in un non tempo dove i due fratelli sono sempre soli. Sono sospesi, tanto che viene da chiedersi: questo dialogo sta accadendo davvero?

Abbiamo lavorato con grande rigore compositivo, tenendo coordinate di macchina molto rigide. Le inquadrature sono centrate, statiche, immobili, con una proporzione del quadro di 2:1, secondo le regole dell’univision di Storaro. Questa scelta di aspect ratio è abbastanza inusuale, ma chiude ognuno dei due fratelli in un quadrato, trasmettendo la loro incapacità di comunicare. La mia idea era quella di metterli in due scatole distinte, per instaurare attraverso la rigidità, il poco movimento, un parallelo immediato con la situazione fra loro, che è bloccata dal passato.

3. Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato per ottenere questa fotografia fatta di cieli piovosi?

A livello fotografico il lavoro è stato complesso. Mi sono trovato in situazioni di luce molto diverse fra loro, che si alternavano a gran velocità sulle rive del lago. Ho dovuto lavorare sul low contrast, senza punti luminosi, per rendere le scene del presente ombrose, senza vita, quando in realtà giravamo tutto il giorno e il sole c’era, eccome. Anche per il mondo subacqueo, volevamo comunicare l’idea di un ricordo travisato, che non riguardava ciò che accadeva, ma come il fratello minore si voleva sentire: sicuro, protetto, senza nessuno che potesse toccarlo. Non è stato facile trasmettere la sensazione di un mondo dove avrebbe voluto stare per sempre, perché i raggi del sole dovevano entrare in acqua in modo ben preciso.

Le due difficoltà principali, dunque, sono state mantenere la continuità di luce e non perdere la netta divisione dei tre mondi fotografici. Per tenere fede alla scelta della semplicità, mantenendo una luminosità omogenea, ho lavorato sui negativi e sui contrasti, ho illuminato gli occhi ed effettuato piccoli interventi di abbellimento. Tutte correzioni rispettose, perché la luce è un aspetto del telling, un elemento drammatico che deve accordarsi agli altri. Per fare questo mi è servita una produzione fluida, al servizio della fotografia, una squadra che lavorasse velocemente per non spalmare troppo i tempi, magari preparando le cose in camera, per girare subito quando c’era il cielo piovoso giusto sopra il lago. Abbiamo cercato di non tradire l’identità intima che desideravamo. Se poi da qualche parte non riuscivo proprio ad arrivare, mi dicevo: “Da qui in poi ci pensa Sergio!”.

4. Quali sono secondo te gli elementi immancabili in una squadra di lavoro che funziona? Com’è stato condividere questo progetto con i colleghi di Officina e con persone che conosci molto bene, non solo dal punto di vista lavorativo?

La comunicazione, un elemento affatto scontato. Se hai persone valide vicino, devi assicurarti di avercele con cuore, tempo e attenzione. Questo è un settore dove generalmente si prende e si fa, cosa che ti si ritorce contro anche quando hai dei bravissimi collaboratori, se prima di agire non hai messo interiorizzato dei concetti. È come andare in battaglia senza strategia d’attacco. Il procedimento per cui mi chiedo perché scegliere quella luce prima di posizionarla, per me è necessario. Non è che posso metterla solo perché l’ho visto fare.
Poi è chiaro che sul set si è anche cacciatori e bisogna trovare la migliore soluzione in tempi brevi, ma la riunione preliminare è necessaria, perché decide come si lavorerà dopo. Questa cosa del parlare, ascoltare e proporre c’è molto in Officina. Da questo punto di vista Sergio è il mio specchio, la vive come me e crede nella leadership condivisa. Quando incontro persone così affini me le tengo strette, non solo sul lavoro.

Parlare assieme significa prendersi delle responsabilità ben definite, dalle quali non si può sfuggire. Rende impossibile togliersi dal confronto e fa sentire moltissimo il progetto, perché ogni decisione diventa di tutto il team.
Il regista e il dop generalmente parlano molto per mettere a fuoco alcune suggestioni, ma la comunicazione dovrebbe essere estesa anche a tutti gli altri collaboratori. In Officina Immagini questo accade sempre. Per esempio, Sergio è tra i pochi in Italia che sul set fa un piccolo brief di dieci minuti, per presentare fra loro tutti i membri del team, chiarendo i ruoli. Questo accorcia i tempi di ore, infatti definisco Sergio un ottimizzatore, uno che mette tutti i punti nero su bianco. Ci troviamo molto su questo aspetto, infatti gli chiedo spesso un parere anche sui progetti che non condividiamo.

5. Qual è l’aspetto del tuo lavoro che ami di più? Per quanto riguarda Pietre Sommerse, quale parte della realizzazione ti ha entusiasmato maggiormente?

La cosa più bella è che conosco persone in gamba che hanno fatto le vite più diverse e sono letteralmente fuori dagli schemi. Quando penso che nel mio lavoro ti pagano per stare con persone magiche e viaggiare, mi chiedo: “Perché non lo fanno tutti? Dovrebbe essere così per legge”. Per questo mi domando spesso come si faccia a fare diversamente, ad abituarsi al peggio degli altri.
Della parte operativa mi piace lo shooting, quando arriva quel momento in cui tutti i tuoi pensieri si iniziano a costruire in macchina. I primi giorni di set, quando il mondo che hai in testa inizia avere un odore, danno senso a tutto, è una sensazione simile ad una droga. Questo mestiere è un viaggio nel viaggio: accanto allo spostamento fisico c’è quello nei micro-mondi che costruisci con le immagini. Pensare che sto contribuendo a costruire un acquario finito, dove gli altri vedranno il mare, l’infinito, mi emoziona, perché so che grazie a una composizione che inquadro, il mondo che ho immaginato diventerà credibile, anche se a un metro c’è qualcosa che non c’entra nulla, che svelerebbe il trucco magico.

Amo anche il lavoro con gli attori, mi sento un umile servitore delle performances attoriali e mi è piaciuto molto questo aspetto in “Pietre Sommerse”. Anche se sul set siamo tutti interpreti, me compreso, trovo che loro portino più valore alla storia, perché sono i personaggi. Se non sono credibili, non lo sarà nemmeno l’architettura che gli costruisco attorno con la luce. Un personaggio finto fa finire tutto.
Nei libri come nei film, mi emoziono se trovo personaggi ben costumati, che stanno in piedi e mi sembrano veri, anche nelle loro bizzarrie. Devo trovare l’universalità che mi permette di riconoscermi nella loro unicità, perché i personaggi sono l’elemento incisivo di una storia, quello che viene ricordato sempre anche quando si dimentica la trama. Per questo non c’è niente come il set: costruire un mondo che accoglie gli attori, che magari li aiuta a performare, per me, è qualcosa di bellissimo. Jordi è uno che dirige molto bene gli attori, lavora davvero assieme a loro e questo aggiunge un grande valore.

Non mi sbottono con troppi complimenti, sennò mi rinfaccia la prima volta in cui ci siamo visti. Lui era ancora uno studente, si trattava del set di un video per un evento con ospite il grande compositore Philip Glass. Tenne l’ombrello sulla macchina da presa e mi aiutò come assistente di produzione. Mi ha raccontato, quando ci siamo conosciuti bene, che quello era stato il suo primo set e che vedendomi lì a girare, gli era venuta voglia di fare questo mestiere. Alla fine, eccoci qua, e stiamo già lavorando al prossimo progetto!

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Intervista al produttore di Pietre Sommerse https://officinaimmagini.com/pietre-sommerse-raccontato-dal-produttore-marco-benvenuti/ Thu, 10 Aug 2023 14:00:06 +0000 https://officinaimmagini.com/?p=11916 Il produttore Marco Benvenuti racconta in questa intervista il suo apporto al progetto "Pietre Sommerse" di Jordi Penner.

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Marco Benvenuti, produttore di “Pietre Sommerse”, ci racconta questo progetto all’insegna del proviamoci

1. Come è nato il rapporto di collaborazione fra Motion Studio e Jordi Penner, il regista di Pietre Sommerse?

Con Jordi ci siamo conosciuti ad un corso di cinema, lui aveva studiato sceneggiatura e siamo diventati amici proprio per questi interessi comuni. Parlavamo dei progetti e abbiamo fatto qualche docenza insieme, sempre nel campo dell’audiovisivo.
Quando ha realizzato “Amore Cane” non ero stato coinvolto nella produzione per una questione di tempi, infatti, alla fine Jordi ha deciso di autoprodursi. Quando ho visto il film, però, l’idea mi è piaciuta e ho trovato Jordi molto abile nel lavoro con gli attori, per questo gli ho proposto una collaborazione con Motion Studio. Da parte mia c’erano tutte le intenzioni di alzare l’asticella perché “Pietre Sommerse” è la prima esperienza di produzione vera e propria per Motion Studio.

C’è stata subito una grande sintonia sulla voglia di fare le cose in un certo modo, senza sconti, fretta, o facendo scelte al ribasso. Abbiamo ascoltato tutti i collaboratori per capire quello di cui avevamo bisogno e abbiamo messo in piedi un bel set. È stato faticoso, ma molto bello perché abbiamo lavorato assieme, ci inserivamo dove c’era bisogno tutti e due.Abbiamo trovato dei buoni finanziamenti, come quello della Film Commission e il contatto di Nicola con Sergio è stato determinante, perché Officina ha curato la postproduzione in modo professionale, finalizzando in maniera impeccabile il lavoro, cosa che ci ha dato un grande aiuto.

2. Cosa ti è piaciuto di questa storia? Perché hai deciso di produrre proprio Pietre Sommerse, fra i diversi racconti che ti erano stati proposti?

Tra le idee in ballo la scelta è ricaduta su “Pietre Sommerse” perché mi piaceva il tema, che non tratta di una coppia, di una storia d’amore, ma di un rapporto fra fratelli, toccando la questione della dipendenza. L’ho trovato ambizioso e molto interessante, anche perché non ha un inizio e una fine. Sembra uno stralcio di film, un pezzo di vita che potrebbe tranquillamente diventare un lungometraggio. Si può fantasticare su quello che può essere successo prima o dopo, e questa cosa secondo me funziona.

Se poi guardo le cose dal punto di vista della produzione in sé e per sé, per me c’era sempre la sfida di fare qualcosa di più, l’idea di mettermi alla prova. In questo script c’erano le riprese in barca, le subacquee, la questione del meteo e quindi della luce. Non si trattava di stare comodi come quando si gira tutto in una stanza. Per le riprese sulla barca, ad esempio, abbiamo noleggiato una piattaforma 10x10m e per i primi piani gli attori erano seduti su questa piattaforma, con tutto il team di venti e più persone dietro. Anche i cameracar, non sono stati semplici, abbiamo dovuto brandeggiare tutta la macchina. Per le subacquee invece abbiamo girato tutto in un giorno separato rispetto al resto del set.

Abbiamo deciso di lavorare con una Black Magic e ci siamo organizzati noleggiando una barca di sostegno, dove stavano Jordi, Nicola e l’operatore subacqueo. Il protagonista della corsa sott’acqua è un ragazzo del centro sub di Trento, che è arrivato con il suo istruttore per questioni di sicurezza. Ha dovuto soffrire un po’ il freddo, ma se l’è cavata davvero bene a camminare con la sua pietra! Insomma, a livello produttivo ci sono state delle difficoltà che sono state molto stimolanti. È stato bellissimo nella parte di preproduzione lavorare fianco a fianco con Jordi, ma anche vedere tutte le cose realizzarsi passo dopo passo nei giorni di fatica e frenesia del set.

3. Anche tu, come il regista, sei trentino. Quindi conosci molto bene i luoghi in cui il film è stato
girato. Pensi che questa familiarità sia un valore aggiunto?

Non so dire se dal punto di vista produttivo si possa parlare di un valore aggiunto. Volevamo girare al Lago di Ledro perché è un posto bellissimo. Il vero “di più” è stata la rete di supporto che ci ha aiutato, a partire dal personale del campeggio, dalle persone che ci hanno messo a disposizione la casa per le riprese o ci hanno dato una mano per il noleggio del materiale. Siamo stati aiutati molto su aspetti che in un posto diverso magari avremmo fatto più fatica ad ottenere, in questo senso la familiarità fra persone che ci conoscevano e che conoscevano il nostro progetto è stata importante. Come produzione poi, ci tenevamo a girare in Trentino per valorizzare la nostra regione, cosa che ritenevamo giusta anche per la richiesta di finanziamento alla Film Commission. La scelta ci ha premiato a livello meteorologico, volevamo il cielo uggioso e pioggia, per fortuna, abbiamo avuto!

4. Da spettatore, quale pensi sia l’elemento più forte di Pietre Sommerse?

Vedendo il corto finito trovo che la parte più forte sia quella attoriale, i protagonisti sono stati bravissimi e si vede tutto il lavoro preliminare che Jordi ha fatto con loro prima di arrivare sul set. Credo che il ruolo più importante del regista sia quello di tirare fuori i personaggi al meglio, più che la composizione dell’immagine in sé e in questo Jordi ha una grande dote. Ha replicato, anzi migliorato, quello che mi aveva colpito in “Amore Cane” e le performances degli attori in “Pietre Sommerse” per me fanno davvero emozionare.
Anche il finale aperto mi piace, trovo che il fatto di lasciare le cose non concluse funzioni. Arrivi in fondo al corto che ti chiedi ancora cosa sta succedendo, se i fratelli si stanno guardando, se è tutto successo solo nell’immaginazione di uno di loro. Queste sono le cose che ti spingono a chiacchierare con qualcuno al cinema, appena fuori dalla sala, per capire come la pensa lui.

In generale sono molto soddisfatto di tutto quello che abbiamo imparato come produzione, del lavoro con Jordi e del fatto che il nostro piano produttivo è stato efficace in termini di gestione del budget. Nonostante i giorni intensi sul set siamo riusciti a far filare tutto come da programma e di questo sono molto orgoglioso. Per me è stato un bel banco di prova anche la gestione delle persone sul set, il fatto di non avere un ruolo definito mi portava ad intervenire ovunque servisse. Le difficoltà saltano fuori man mano, quindi mi ero imposto di rimanere molto flessibile e le cose hanno funzionato bene, quindi sono molto contento.
L’altro aspetto rilevante per me è stato l’essere sempre seguito nel mio dire “proviamoci!”: sul pelo dell’acqua, per le subacquee, per le scene in riva al lago. Abbiamo fatto in modo di dotarci di tutto quello che serviva, investendoci, per poi renderci conto lavorando che avevamo fatto bene, perché certe cose erano indispensabili per avere il controllo completo dell’immagine e raggiungere il risultato che volevamo. Non è tanto la marca della camera in sé, ma come ci lavori intorno, come ti poni.
Con Jordi, Nicola e Daniele, l’aiuto alla regia, ci abbiamo lavorato su veramente tanto e portare a casa questo risultato è una grande soddisfazione, perché abbiamo visto uno scatto in su rispetto al lavoro precedente, che ci è stato confermato da Tiny Distribution. Migliorarsi è sempre una vittoria!

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“Pietre Sommerse” raccontato dal regista Jordi Penner https://officinaimmagini.com/pietre-sommerse-intervista-jordi-penner-regista/ Wed, 28 Jun 2023 11:20:39 +0000 https://officinaimmagini.com/?p=11882 Il regista Jordi Penner racconta in questa intervista la nascita e lo sviluppo del suo ultimo corto: "Pietre Sommerse".

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Il corto “Pietre Sommerse” raccontato dal regista Jordi Penner

A pochi giorni dalla presentazione di “Pietre Sommerse” al prestigioso Figari International Short Film Fest il regista Jordi Penner racconta in questa intervista la genesi e l’evoluzione del suo cortometraggio.

1. Perché hai scelto di raccontare proprio questa storia?

“Pietre Sommerse” nasce dall’immagine di un gioco che facevo da bambino: correvo sott’acqua con una grossa pietra tra le mani, andando più a fondo che potevo, per poi abbandonarla e tornare a galla. Questo ricordo mi è sembrato una metafora perfetta delle dinamiche legate alla dipendenza e delle conseguenze che un trauma porta con sé. Conoscevo piuttosto bene il tema, un po’ per studi precedenti, un po’ per esperienze di persone a me vicine che ho aiutato in passato.

Avevo anche voglia di progredire nella ricerca, cambiando il linguaggio visivo del mio cinema. Nel mio primo corto “Amore Cane” abbiamo lavorato quasi esclusivamente sugli interni e con inquadrature molto ravvicinate. Girando per festival mi sono reso conto che per il mio nuovo progetto volevo fare l’esatto opposto. La tela cinematografica è vasta, ideale per grandi vedute che abbracciano spazi ampi, isolando i personaggi.

Per “Pietre Sommerse” ho infatti scelto di girare interamente in esterni, sul Lago di Ledro, il luogo che conosco meglio al mondo perché è dove sono cresciuto. Volevo che il lago trasmettesse la sensazione di un luogo desertico, di uno spazio mentale, per arrivare a raccontare uno spaccato di vita reale descrivendo dei luoghi interiori per metafore visive. Poche immagini ben selezionate, il più possibile iconiche.

Ho infatti immaginato composizioni e posizioni di macchina già in fase di storyboard. Tutto il lavoro preliminare è servito moltissimo a fare diventare il lago metafora della memoria, la pietra una zavorra mentale, la barca un ponte verso il passato e così via. In questo corto l’immagine, sotto alla maschera di realismo, non è mai ciò che appare, ma si fa simbolo dell’interiorità dei personaggi.

2. Cosa vuole fare arrivare “Pietre Sommerse” a chi lo guarda?

Credo che ognuno filtri la visione di un film con la propria esperienza e il proprio punto di vista, per me è impossibile avere un’interpretazione univoca di un contenuto artistico o di un’idea.
Ho voluto portare sullo schermo il dramma che molte persone si trovano a fronteggiare nella loro realtà. Raramente pensiamo a coloro che si vedono costretti ad assistere per tutta la vita un famigliare psicologicamente problematico, magari per vedere solo un progressivo peggioramento della situazione. Ne ho conosciute di storie così, e credo non siano abbastanza rappresentate.

In “Pietre Sommerse” non volevo un racconto pedante sulle dipendenze, per questo ho voluto puntare su quello da cui io stesso vengo toccato quando vado al cinema: l’autenticità. Un film deve prima di tutto smuovere qualcosa nel profondo di noi stessi, permettendo a ciascuno di trarre ciò che gli è più utile.

Il corto riflette molto sulla tematica del giudizio. Spesso giudichiamo senza conoscere il passato delle persone, senza sapere cosa li abbia resi ciò che sono. Chi subisce ingiustizie in età di sviluppo della personalità, ne paga le conseguenze per tutta la vita.

Per questo è importante conoscere la storia di qualcuno prima di giudicarne i comportamenti, chiedendosi, prima di tutto, da quale situazione socio-culturale provenga, che esperienze possa aver vissuto. La realtà dei fatti non è mai in superficie, per intuirla ci vogliono empatia e creatività che dovremmo imparare ad applicare sempre. Questo vorrei arrivasse.

3. Come cambia il modo di portare avanti il racconto, rispetto alla precedente esperienza di “Amore Cane”?

Cambia molto, sia dal punto di vista della scrittura, dell’immagine, che dal punto di vista produttivo. “Amore Cane” ha dalla sua un racconto denso e ritmato, colmo di avvenimenti che si svolgono nell’arco di un ampio spazio temporale. “Pietre Sommerse” al contrario è quasi in tempo reale e le svolte narrative sono più profonde, ma interne ai personaggi.

Inoltre “Amore cane” era fortemente legato alla realizzabilità, era stato pensato per il budget che aveva. Potevo permettermi solo una Blackmagic, casa mia e alcuni studenti e amici a supportarmi. Per fortuna il corto è piaciuto e mi ha dato la credibilità necessaria per trovare i fondi di questo secondo progetto. Con “Pietre Sommerse” ho potuto pensare “in grande”, grazie al supporto di Motion Studio, Officina Immagini, Trentino Film Commission, Cassa Rurale di Ledro, il Comune di Ledro e tanti altri che ci hanno supportato. Quando hai al tuo fianco una squadra di professionisti affiati, e disponi delle migliori attrezzature, si possono fare grandi cose. Con Marco Benvenuti, il produttore, abbiamo ragionato su tutte le possibili soluzioni e mi è venuto sempre incontro.

Insomma, i due corti sono creature molto diverse. Se si vogliono trovare dei punti in comune c’è sicuramente il “non detto”, come motore narrativo trainante e il focus sui rapporti interpersonali.
Produttivamente, a pensarci, fa ridere che mettendo insieme i due lavori abbiamo usato tutti gli elementi che generalmente vanno evitati sul set: animali (il cane di “Amore Cane”), barche e bambini. Possiamo depennare questi tabù, dai. Scherzi a parte, sono davvero contento del risultato ottenuto con “Pietre Sommerse” perché la storia che si vedrà sullo schermo è fedele alla mia idea iniziale e credo che arrivi molto bene. L’effetto lo scopriremo una volta in sala.

4. Il corto ha una forte connotazione personale legata ai luoghi in cui è girato, che sono anche i tuoi luoghi, in che modo un legame affettivo così è un punto di forza per il tuo lavoro?

Conoscere a fondo la location credo abbia arricchito artisticamente il progetto e facilitato la produzione.
Basta pensare alla scelta della luce naturale diffusa come mood del corto. Grazie alla mia conoscenza del luogo, data da vent’anni vissuti qui, ho potuto pianificare le date di shooting mesi prima, proprio perché queste condizioni si verificano quasi matematicamente in un particolare periodo dell’anno. Alla fine per fortuna è andata esattamente come doveva andare: cielo nuvoloso e leggermente piovoso per quasi tutta la durata delle riprese. Conoscevo bene anche i punti da dove nasce e da dove cala il sole, la collocazione delle zone d’ombra e i loro orari. Insomma, la conoscenza è potere no?

Lavorare a due passi dal campeggio di famiglia, il Camping al Lago, ci ha permesso di avere un supporto logistico costante, oltre che per il vitto e alloggio. Anche l’aiuto di imprese e realtà locali è stato possibile perché mi conoscevano fin da quando ero bambino e si fidavano del mio lavoro.
In generale collocare una storia in un luogo del quale conosco ogni più piccolo particolare mi aiuta dalla fase di scrittura a quella realizzativa. Credo che quell’energia, quella connessione traspaia nel risultato finale arricchendo ulteriormente la storia.

5. Quanto è stato importante lavorare, per la produzione, con una squadra che conoscevi bene e che credeva nel progetto?

Molto. È fondamentale creare una squadra con cui lavorare divertendosi. Realizzare un contenuto audiovisivo è un lavoro composto da molte fasi e in ognuna c’è uno specialista di cui ci si deve poter fidare. Il regista è il centro nevralgico di questi rapporti e secondo me deve fare un po’ da collante.
Ho portato alcune idee a Marco Benvenuti di Motion Studio e ha scelto “Pietre Sommerse” fra altre che gli avevo proposto perché era convinto, la storia gli è piaciuta subito. Ero proprio contento, perché era anche la mia preferita.

Con Sergio si voleva lavorare assieme da tempo e ha dato subito la sua disponibilità. Purtroppo, non c’è stato modo di far collimare le date delle riprese con gli impegni di Officina Immagini, ma abbiamo potuto collaborare per tutta la fase di postproduzione. Questo ha arricchito il progetto dell’enorme esperienza di Alessandra Cernic e Sergio Cremasco con i quali mi sono trovato benissimo, grazie all’ottima comunicazione e al loro pragmatismo, utilissimo per uno come me che tende a ripensare ogni cosa miliardi di volte.

Affidarsi senza timore alla professionalità dei collaboratori è fondamentale, perché ognuno di loro ha le competenze che servono per dare forma alla mia idea nella maniera più corretta. Per esempio, con Noemi Intino che ha curato i costumi, ci siamo sentiti per giorni in fase di preproduzione. Dovevo comunicarle con precisione la caratterizzazione dei personaggi, per accordarci su quella che ci pareva migliore.
Quando c’è intesa è più facile coordinare tutti i pezzi, che devono essere perfetti dall’ideazione alla distribuzione di cui si occuperà Tiny Distribution, e che verrà conclusa dalle vendite internazionali a cui penserà Zen Movie.
Al cinema l’immagine che si vede sullo schermo è il risultato dello scambio tra un gruppo di creativi. È, per me, la reazione chimica dell’incontro tra le loro menti su un progetto condiviso.

6. Quali sono secondo te gli elementi irrinunciabili per un’intesa che funzioni sul lavoro? Quali sono le idee condivise che ti legano al gruppo di Officina Immagini?

Cerco persone competenti e capaci di ascoltare, che credano in una certa empatia come elemento unificante del gruppo, cose che, in Officina, ho certamente trovato. Poi i miei rapporti lavorativi non sono mai strettamente tali, vanno ben oltre. Con Nicola lavoro così bene perché le nostre chiacchiere continuano all’infinito, anche quando porta il cane in passeggiata e io lo accompagno. Lo stesso vale per il mio amico e aiuto regia Daniele Leoni, da cui vado sempre a chiedere un parere prima di partire con una produzione.

Il cinema è una costruzione collettiva, se cambi un ruolo, cambia tutto, e questo va tenuto presente, perché la sensibilità di ognuno va a dare un tono marcato al progetto. Per “Pietre Sommerse” l’idea su cui sono stato d’accordo da subito con i colleghi di Officina è stata quella di fare tutto in funzione del racconto.

7. Come ti muovi con il tuo direttore della fotografia? Come è nato l’approccio adatto a questa particolare narrazione?

Di solito raccolgo reference di colore e luce in un moodboard che gli propongo. Discutiamo insieme le scelte e ne viene sempre fuori qualcosa di nuovo che poi si canalizza e fonde in una visione comune. Siamo molto affiatati e ci capiamo al volo.
Poi Nicola Cattani dice sempre che lui è un “vicario” e che l’ultima parola spetta a me come regista. È un gran professionista, che mette il film prima dell’orgoglio.

Dal punto di vista tecnico abbiamo scelto di girare con un’Alexa mini e ottiche Cooke mini s4, un sistema relativamente compatto che offre la pasta dell’immagine giusta per il mood del corto, drammatico e introspettivo. Abbiamo cercato ad ogni costo l’utilizzo di luce quasi esclusivamente naturale e diffusa, perché volevamo creare una sensazione di intimità. Ne è valsa la pena, anche se ci è toccato stare ai cambiamenti del meteo. Credo che abbiamo lavorato efficacemente perché tutto vada verso il grande pugno nello stomaco che desideravamo.

8. Quali sono i colori delle tue “Pietre Sommerse”? Come ha lavorato Sergio per tirare fuori l’atmosfera giusta?

Ero partito da spunti di atmosfere colore, che poi ho discusso con Sergio per trovare una direzione comune e lui ha colto subito quali erano le esigenze drammaturgiche. Con la precedente esperienza dei festival mi sono reso conto che ogni spunto ti dà qualcosa che poi ti porti nel progetto successivo. Ognuno ha il suo bagaglio, e da questo punto di vista, lavorare con una persona che ha l’esperienza di Sergio, rappresenta un valore aggiunto incalcolabile.
Abbiamo scelto colori desaturati, freddi, su un fondale di luce diffusa. Sergio ha dovuto incidere le figure, creare dimensione e contrasto.

A me piaceva l’idea di avere una grana molto presente, simile a quella della pellicola Kodak anni ’80 ma poi dopo alcuni test abbiamo scelto una grana meno presente. Per quanto riguarda invece la palette, decisa in fase di progettazione, abbiamo optato per un gioco di blu e grigi, con il lago che pare a tratti argento vivo, a rimarcare la sua importanza come metafora della memoria.
Il colore serve anche a sottolineare i momenti del vissuto dei protagonisti: il passato è vivido, acceso, caldo, il presente desaturato e meditabondo, mentre le subacquee, rifugio nella memoria del personaggio di Elia, sono praticamente monocrome.

9. Quali sono i mezzi comunicativi che avete scelto per raccontare questa storia, per trovare l’effetto più calzante con la drammaturgia?

Oltre alla luce e al colore, abbiamo puntato ad allineare ogni elemento con il mood generale. Il lavoro con gli attori, Gabriele Falsetta e Michael Schermi è stato fondamentale. Ci siamo trovati a Roma, in un teatro nel quartiere Pigneto, dove abbiamo riscritto alcune battute in modo da renderle più scorrevoli e realistiche.
Abbiamo cominciato le prove ed il lavoro di coaching di Giulia Grandinetti ha fatto la differenza. Essendo la parte molto dialogata abbiamo proposto agli attori degli esercizi, come quello di far recitare a Michael e Gabriele il testo con il solo corpo. In questo modo potevano vedere come si sentiva l’altro ad un dato punto del dialogo. Riprovandola avevano trovato la sintonia, la fratellanza che cercavamo.

Per quanto riguarda l’audio, Daniel Covi, il fonico di presa diretta, ha lavorato in condizioni difficili, ottenendo un risultato che Tommaso Barbaro, responsabile di sound design e mix per Fullcode, ha concluso alla grande.
Sono fierissimo della colonna sonora originale nata dall’incontro con Francesco Marzola. Anche in questo caso avevo due reference musicali in testa di cui ho parlato con Francesco, che ha subito capito cosa volevo, componendo la colonna sonora in tempo record e con una qualità di esecuzione e registrazione incredibili, nel suo studio a Sofia, in Bulgaria.

10. Qual è, per te, il momento più entusiasmante del lavoro? Quando vedi spuntare l’idea, quando passi per tutta la fatica che serve a renderla visibile, o quando finalmente appare sullo schermo, così come l’avevi immaginata?

Tutto il processo è emozionante, ma il momento che mi dà più soddisfazione è quello dell’illuminazione che precede la scrittura. Quando so di aver trovato un’idea che vale la pena raccontare, sulla quale desidero lavorare per i successivi due o tre anni. Scrivere è la parte che mi interessa di più, ma è anche molto faticoso. Amo poi il set e l’adrenalina di vedere esplodere quell’idea che prima esisteva solo su carta, in qualcosa di nuovo, con tutto quello che gli altri creativi coinvolti portano nel progetto. Le sorprese arrivano soprattutto dalle interpretazioni degli attori. Sulla scena in barca, per esempio, mi sono proprio commosso. Avevo le lacrime dicendo “ottima” all’edizione.

Ovviamente anche vere il film proiettato davanti ad un pubblico mi emoziona, perché è il momento della verità. Mi interessa sentire cosa ne pensa la gente. La cosa divertente è che ognuno ha un’interpretazione diversa e spesso vede qualcosa che nemmeno tu avevi immaginato.
In generale la cosa che mi appassiona rimane l’antico rito di smuovere gli animi attraverso una storia: la gioia di raccontare e di riuscire a coinvolgere chi guarda. Non credo nell’arte solipsistica. Scrivo perché so che qualcuno leggerà, realizzo film perché so che qualcuno li vedrà. Altrimenti me li facevo nella testa e basta, no?
È proprio quando le storie si materializzano, quando escono dalla mia testa, che mi rendo conto delle tematiche ricorrenti, che mi stanno particolarmente a cuore. Scrivo spesso di personaggi incatenati alla propria vita, che desiderano indipendenza ma soprattutto libertà. Per averla però, devono abbandonare un legame troppo stretto, un po’ come quella pietra che Elia tiene tra le mani, ma che dovrà lasciare andare, se vorrà tornare a galla e respirare.

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